Giraffe con ali La scrittura cosciente d'un incosciente con cuore

 

Andrea Perciaccante



Poco meno di quattro anni or sono la casa editrice Bompiani pubblicò un romanzo breve dal titolo “Bariloche”. Il testo, autore Andrès Neuman (Buenos Aires, 1977), tradotto all’italiano da Angelo Morino, racconta di quel rapido gioco di simmetrie che esiste tra la vita quotidiana, le esperienze, i ricordi ed un puzzle, un’immagine da formare tassello a tassello: una vita che si compone anche di ricordi da incastrare proprio come pezzi di un quadro. Le centotrentasette pagine di cui è composto il libro nel nostro paese, molto probabilmente, non sono state promosse con sufficiente entusiasmo, per questo il nome di Andrés Neuman risulterà sconosciuto ai più, sebbene nella vicina Spagna sia un giovane scrittore tra i più apprezzati e che, con il suo continuo lavorio, abbia già avuto riconoscimenti, che dicono siano prestigiosi, come nel 1998 il Premio Antonio Carvajal, nel 2002 il Premio Hiperión, oltre ad essere arrivato finalista al premio Herralde ed al Premio Primavera, ma in fondo i premi non significano nulla, o no?!? È certo però che a questo argentino dobbiamo riconoscergli un dominio narrativo ed una costruzione dei personaggi e degli ambienti coscientemente elevata, oltre allo spaziare dalla poesia all’arte della traduzione, dal giornalismo all’insegnamento, insomma Andrés è un autore polifonico, un generatore di idee e di parole scritte e dette, un individuo che si riconosce innanzitutto come membro di una società, oggi senza frontiere, eppoi come scrittore, un “vizio” cui il lettore ha sempre più diritto.

Nella splendida città andalusa di Granada (che diede i natali all’eternamente compianto Federico García Lorca, al poeta Luis García Montero, al tragicamente scomparso Javier Egea, ai promettenti Daniel Rodríguez Moya e Fernando Valverde, solo per citarne alcuni)... dove forse per via del clima, dell’ambiente o di qualche strana sostanza nell’aria che si respira, il dinamismo intellettuale fomenta la formazione dei Juan Ramón Jiménez di domani, ed in occasione della una presentazione di un libro, proposi ad Andrés un’intervista amichevole (che trascendesse le solite presentazioni di artisti affermati altrove e riconosciuti solo se passati su MTV) così trovandoci a bere nel bar di un bagno arabo, tra un sorso di rhum ed un’occhiata alla cameriera, ha risposto a queste domande...



Andrea Perciaccante (AP): Realtà o desiderio?

Andrés Neuman (AN): Parlando letterariamente, non credo che si tratti di cose tanto differenti. Direi che il miracolo della letteratura è, precisamente, che i desideri, i sogni e anche i timori, tutto ciò che in principio appartiene all’ordine del possibile o dell’immaginario, si intuirà con la nostra coscienza del reale.

AP: Il 'mestizaje' come avanguardia?

AN: Come avanguardia, e come bisogno. Tutto quello che sopravvive lo fa perché si mescola. In questo modo ci ingrandiamo. È così da un punto di vista antropologico, culturale, biologico, psicologico e certamente artistico. Se noti, quelli che si sono schierati contro il mestizaje sono sempre stati discorsi distruttori o repressivi: il purismo, il fascismo, il nazionalismo, l’accademismo e tutti gli “ismi” che i nostri incubi possono concepire. Suona molto teorico, ma nel mio caso il mestizaje è stato più che altro un’esperienza biografica. Sebbene a volte si finga il contrario, uno è solito andare dall’apprendistato intimo alle idee, e non al contrario. Me ne andai dall’Argentina ancora bambino, un paese fatto di incontri centroeuropei, spagnoli e italiani, e mi sono insediato in Spagna, dove ora vivo. Per gli spagnoli, non smetterò mai di essere d’origine argentina. Per gli argentini, sarò sempre uno spagnolo nazionalizzato dall’altra parte dell’Oceano. Ho perso l’idea di patria, patria come centro simbolico, e mi piace la sensazione di galleggiare, errando verso la mia curiosità. Lo scrittore è uno straniero, uno straniero e basta, ovunque. Per scoprire qualcosa nella nostra lingua materna credo che occorra contemplarla come fosse uno strumento strano, avvicinarcisi come chi torna ad impararla. Lo stesso mestiere della scrittura (un po alla maniera dell’attore) consiste in questo, osservarsi mentre si recita mediante la parola. Siamo voyeures ed esibizionisti allo stesso tempo! Credo anche nei mestizajes dei generi: la poesia ne ha bisogno come il racconto, le narrazioni liriche, i romanzi brevi o frammentari, il saggio letterario. Non si tratta di non avere salde convinzioni, ma di essere fortemente convinto che nessun lido ci basti senza un’altra sponda davanti.

AP: Che tipo d’artista è Andrés Neuman?

AN: Qualcuno che cercare d’imparare a guardare. Che milita nello stupore e nel sospetto. Che ha fede assoluta nella conoscenza che ci regala l’arte. E che crede che vita e opera si lavorino mutuamente, che s’incrociano come due passeri dialoganti. Personalmente, diffido di quegli autori che scrivono di qualcosa che in verità non amano o che considerano che esista una etica per la letteratura e un’altra per la propria vira. Questo vuol dire non prendere sul serio la scrittura; o, ed è quasi peggio, la vita stessa.

AP: Molti artisti hanno raggiunto la fama fuori dalle proprie nazioni... È vero che nessuno è profeta in patria?

AN: Abbiamo parlato prima della patria. Per quanto riguarda il successo straniero, temo che, paradossalmente, è un destino profondamente argentino. Tutti i miei libri li ho pubblicati in Spagna. E, tuttavia, da qui ho scritto abbastanza sull’Argentina. Forse se non fossi emigrato avrei preferito scrivere sull’Andalusia... in ogni caso, il problema della diffusione dei libri nel mio paese natale è che il mercato del libro vive quasi affogato, i libri importati sono carissimi e le persone se li prestano invece di comprarli. I lettori sono segreti ma molto attenti. È curioso: ho la sensazione che in Europa si comprino libri che appena vengono letti, mentre in Latino américa si leggono libri che rare volte si comprano... Nel mio caso personale, il romanzo “Bariloche” e i racconti de “El que espera” circolarono modestamente e trovarono alcuni lettori. Ora sembra che ristamperanno lì l’ultimo, “Una vez Argentina”, e dovrebbe trovarsi in libreria a prezzo popolare. Suppongo che così mia nonna potrà comprare alcuni esemplari senza indebitarsi... Dei profeti, per fortuna non ne abbiamo bisogno, no? Abbiamo bisogno di gente che esprima la propria opinione e discuta, non che indottrini un popolo o predichi il futuro.

AP: Nel momento in cui scrive Andrés Neuman si pone una domanda o fa un’affermazione?

AN: Credo che la letteratura sempre esprime una verità, sebbene questa verità sia il punto d’arrivo, non il punto di partenza. Uno non scrive perché sa, ma per sapere. La scrittura è utile. Non capisco come esistano ancora maledetti e esteti anacronistici rivendicando che la nostra società ha bisogno della bellezza dell’inutile, il valore della bagattella, eccetera, eccetera. A parte della scienza medica e dell’industria alimentare, non mi sovviene niente di più vantaggioso per il mondo della conoscenza dell’arte in tutte le sue forme espressive.

AP: Sperimentare con la scrittura: poesia e romanzo.

AN: Come dicevo prima, mi piace il dialogo tra i generi. Ho sempre ammirato quei grandi scrittori totali come Goethe, Borges, Pessoa o Unamuno, che osavano in tutto e finivano col convertirsi in creature mostruosamente comprensive. Capisco che lo scrittore è il contrario di uno specialista, per specializzarsi già c’è la burocrazia. È palese che ogni genere conservi certe convenzioni e certe procedure tecniche concrete, ma è solamente l’inizio. Una volta che si conoscano quei codici, credo che l’avventura consista nello sperimentare con le frontiere ed i limiti. Se a questa altura della storia l’unica cosa che riusciamo a dire della poesia è che canta ed emoziona, e del romanzo che deve raccontare una storia, temo che il presente ci procurerà poche sorprese. Così, all’improvviso, mi vengono in mente alcuni esempi: conosco un romanzetto di Albert Cohen, “El libro de mi madre”, che in verità è una lunga poesia elegiaca di cento pagine alla madre persa. Ed i racconti di Borges: non sono forse quasi dei saggi, narrazioni con tesi? E la “Divina Commedia”: non è forse come un romanzo infinito, imperscrutabile? Oppure la grande poesia epica: non è narrativa con le maiuscole? O, pensando a un italiano contemporaneo, a che genere appartengono i racconti di Manganelli? Per quanto riguarda i grandi romances del XIX° secolo, sono essenzialmente petrarchismo.

AP: Ti definiresti un viaggiatore straniero?

AN: È possibile. Ma viaggio, soprattutto, quando sono quieto e penso con serenità. In questo stato di cose, è impossibile credere troppo nelle bandiere e nelle identità collettive. Sarà per questo che le Nazioni fanno di tutto per farci muovere come formiche nervose. Il concetto romantico del viaggio era differente, erano viaggi dai quali spesso non si faceva ritorno. Wilhelm Müller, un poeta tedesco cui Schubert musicò poesie e che ho avuto il piacere di tradurre recentemente, scrisse in “Winterreise” (Viaggio d’inverno): Straniero sono arrivato, straniero me ne vado. Non mi sembra falso.



(intervista a cura di Andrea Perciaccante)